Chissà come si divertivano

“Margie stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. I maestri erano persone… Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!”
Isaac Asimov, The Fun They Had, 1954  

Circa due mesi fa, ho fatto una visita obbligatoria alla mia libreria universitaria preferita per l’inizio dell’anno accademico. La libraia, come suo solito, ha colto l’occasione per fare due chiacchiere: sul referendum allora imminente, su quanto sia difficile ordinare i libri di questi tempi, sullo stato dell’università all’epoca del Covid. “Voi universitari dovreste battere i pugni!” ha detto. “Sa, io sono di Lotta Continua”, ha aggiunto poi, in tono confidenziale. Nel dubbio di trovarmi davanti a una sorta di soldato fantasma giapponese nostrano, non ho fatto notare che Lotta Continua non esiste più da un po’. “Sfonda una porta aperta!” ho risposto, ed era vero. 

Per quanto mi riguarda, la gestione dell’università italiana durante la pandemia è stata ed è tutt’ora tragica in quanto totalmente assente. Le istituzioni, a partire dal Ministero dell’Università (che esiste, per la cronaca), si sono auto-deresponsabilizzate a catena, fino a lasciare l’organizzazione dei corsi totalmente in mano (o in balìa) della coloratissima gang di ultrasessantenni analfabeti tecnologici che sarebbero poi i nostri professori universitari (i quali tra l’altro, probabilmente, erano di Lotta Continua pure loro). Le aule studio e le biblioteche sono state le prime a chiudere e non hanno mai più riaperto, neanche, per dire, quando erano aperte le tanto discusse discoteche. Gli studenti fuori sede più di tutti si sono trovati abbandonati a loro stessi, a pagare l’affitto di case in cui non abitavano, a non sapere dove sarebbero stati domiciliati il mese, la settimana successiva. Questa situazione mi ha trovata delusa ma non sorpresa: in fondo, non è che il naturale proseguimento di politiche che hanno ignorato l’università, e l’istruzione più in generale, nei decenni che ci hanno cresciuti. 

Guardandomi intorno, tuttavia, il battere di pugni è oggettivamente un po’ debole se non assente. Hanno dunque ragione gli ex membri di Lotta Continua di questo mondo, nel dire che la mia generazione dovrebbe ribellarsi, ma non lo fa? Siamo tutti talmente assuefatti, talmente rassegnati, da non trovare in noi alcun senso dell’ingiustizia che mi pare stiamo subendo? Sono l’unica che si sente così? Che esperienza hanno avuto, gli altri, dell’università durante la pandemia? Che cosa provano? Ho finito per domandarmi. Così, ho chiesto ai miei amici. 

Quello che segue è un resoconto di ciò che mi hanno raccontato. Prima di proseguire, ve li presento: come me, sono studenti fuori sede in una grande città del nord Italia, che per mantenere un’aura di mistero chiameremo Topazia. Studiano Ingegneria, Medicina, Lettere, Filosofia, Giurisprudenza, Psicologia, insomma un po’ di tutto. Alcuni vivono in una residenza universitaria, e altri no. Alcuni hanno trascorso il lockdown a Topazia, altri sono tornati a casa. Sono miei amici, quindi valgono enormemente come persone e meno di zero come campione statistico. Questa, tuttavia, non è un’indagine statistica, ma una raccolta di impressioni, osservazioni, proteste, storie, che spero possa far sentire qualcuno meno solo. 

Per prima cosa, bisogna dire che i miei amici sono brave persone, generalmente poco prone alla polemica (seppur con qualche significativa eccezione). Così, quando ho chiesto come valutassero l’operato di Università e Ministero durante la pandemia, molti di loro hanno sottolineato gli aspetti positivi, gli sforzi fatti, la difficoltà della situazione. In generale, sembra che adesso le cose siano migliorate molto rispetto ai mesi del lockdown: gli orari delle lezioni vengono rispettati, molte di esse sono in modalità sincrona, i server reggono. I meno bellicosi hanno affermato che, in fondo, le cose non andavano così male neanche prima: le funzioni di base, seguire le lezioni, dare gli esami, hanno continuato a svolgersi. Alcuni hanno lodato la reattività dell’Università, che nel giro di una, massimo due settimane, ha messo a disposizione strumenti per la didattica online. Altri hanno affermato che se non altro è dipeso dai professori, e che alcuni di loro hanno fatto un buon lavoro. Inoltre, molti hanno tenuto a dire che comprendevano le difficoltà, era una situazione nuova, insomma, come dice A. (Medicina): “Capisco che c’è ‘sta cosa della pandemia globale…” 

Praticamente tutti, però, hanno avuto qualcosa da ridire. Sempre per citare A., “male, se non malissimo”. 

In primo luogo, molti hanno sottolineato la totale assenza dell’università tra i temi oggetto di dibattito, tra gli ambiti menzionati e regolati dai decreti. Alcuni hanno anche menzionato il silenzio, percepito come totale, del Ministro dell’Università. “Non ho mai sentito nominare in un TG il ministro… per me non esiste, io ho sentito parlare il ministro dell’istruzione, […] ma l’università non l’ho mai sentita nominare. Penso che si sia trascurata completamente, si siano trascurati i bisogni degli universitari, degli universitari fuorisede…” dice C. (Scienze Internazionali). 

Inoltre, quando ho chiesto se avessero seguito le lezioni online, da molti mi sono sentita rispondere “io non avevo lezioni online”, oppure “solo di uno o due corsi”: in molti casi, i professori si sono limitati a fornire presentazioni, file PDF o altri materiali, praticamente senza neanche farsi vedere in faccia, o a registrare le lezioni e caricarle in un secondo momento. In molti casi si è scontata l’autonomia lasciata ai professori, unita a quello che M. (Filosofia), definisce “un analfabetismo dilagante per quanto riguarda tutto ciò che è tecnologia” dei professori stessi. In tutto questo, non sono mancati i problemi tecnici: molti raccontano di lezioni spesso interrotte da crash dei server o malfunzionamenti delle piattaforme, soprattutto nelle prime settimane. Gli studenti di medicina sottolineano che, nonostante si sia fatta mostra di voler dare loro priorità in questa situazione, i tirocini curricolari che dovrebbero seguire sono sostanzialmente bloccati. Inoltre, le graduatorie per le borse di specializzazione, poche, non sono ancora uscite. 

Infine, tanti concordano nel raccontare di aver sofferto delle comunicazioni contraddittorie e incerte da parte dell’università, soprattutto nel corso dell’estate: per un fuori sede, la differenza tra lezioni in presenza oppure online è la differenza tra pagare un affitto e non pagarlo, rivedere gli amici o meno, vivere a centinaia di chilometri da casa o nella cameretta di quando si era al liceo. Tuttavia, le istituzioni universitarie hanno spesso fallito nel prendere decisioni nette e comunicarle con chiarezza, gettando migliaia di studenti e le loro famiglie nell’incertezza per mesi. 

La vita universitaria, però, con i suoi problemi e le sue gioie, non si riduce alle lezioni. Non l’ha mai fatto, e la pandemia non è stata un’eccezione. Parlando con i miei amici, sono emerse questioni che sembrano essersi riproposte nelle vite di molti. 

In primo luogo, quella del tempo, e della sua organizzazione. In molti hanno detto di essere tornati a casa perché pensavano di passarci solo qualche giorno, o che l’emergenza si sarebbe risolta nel giro di qualche settimana. Alcuni dicono di aver gestito meglio il tempo: “è stato il mio primo semestre da dire ‘wow questa volta l’ho fatto bene!’” mi ha detto G. (Ingegneria). Tanti altri, invece, hanno sofferto il fatto di non avere più le lezioni a scandire le loro giornate, come L. (Giurisprudenza): “Pochissimi professori hanno scelto la modalità streaming, che invece mi aiutava ad organizzare meglio il tempo. Quando sei in lockdown, e perdi il contatto con la realtà esterna, avere dei ritmi dati da appuntamenti fissi durante la settimana è di grande aiuto. […] Invece così diventa che praticamente vivi con l’ansia costante, perché magari caricavano le lezioni la sera, e tu dici quando me le devo recuperare? Molti hanno detto che in smart working non si riesce a staccare, io penso che per l’universitario fosse uguale”. 

Un’altra questione è quella dei soldi. La maggior parte delle persone a cui ho chiesto ha continuato a pagare l’affitto anche se è tornata a casa, in una situazione di emergenza; P. (Ingegneria) ha detto ridendo: “il proprietario ci ha fatto uno sconto del 20%… o forse erano 20 euro, non mi ricordo”. Molti, inoltre, hanno menzionato i costi dell’università stessa. “Non sfruttiamo i locali, perché non ridurci le tasse?” si chiede A. (Psicologia). “I professori dovevano capire che moltissime famiglie avevano e hanno problemi economici, non è molto corretto chiedere di spendere anche soltanto trenta euro per un libro, in quel momento” dice C. (Scienze Internazionali). G. (Lettere) fa notare che l’università ha fatto poco per aiutare chi era in difficoltà: “una tassa che era tripartita l’hanno divisa in quattro […] che senso ha? Da persona che prende borse di studio, levate i soldi a me, e aiutate chi veramente si è trovato in una situazione in cui i genitori hanno perso il lavoro, sono finiti in cassa integrazione”. 

Infine, ci sono gli altri. I contatti, quelli desiderati e quelli evitati. “Magari con i miei coinquilini sarei stata un po’ meno sola, perché alla fine la quarantena l’ho fatta con mio papà e il cane. Ora mi mancano i miei compagni di università” dice A. (Psicologia). Qualcuno non è tornato a casa per il bene della famiglia, per non contagiarli, qualcun altro è tornato a casa per il bene della famiglia, per non farli preoccupare. Qualcuno non è tornato a casa perché la prospettiva di restare chiuso con i propri genitori per mesi non era allettante. C’è chi ha avuto problemi di connessione in senso più letterale, dovendo faticosamente seguire le lezioni online da regioni o comuni in cui l’internet scarseggia. Ginevra (Ingegneria) esprime una malinconia che molti condividono, parlando di una recente puntata al Politecnico: “un po’ mi ha messo tristezza il fatto che fosse così tanto deserto… ma proprio vuoto. Un posto che ti immagini sempre stracolmo… ero pronta a vederlo piuttosto sgombro, ma così era proprio vuoto, interi corridoi in cui non vedevi nessuno.” 

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