Caino

Caino è vivo, dopotutto.
Caino scrive, suda, bestemmia. Mangia, quando riesce.
Se non lo hanno ammazzato è solamente perché nessuno, a quel punto, avrebbe saputo sotto quale tappeto nascondere la polvere.
Ed il cadavere.

Se il grado di civiltà di un Paese si misura dal carceri, l’Italia può considerarsi — o, semplicemente, riconfermarsi — un Paese criminale, o peggio, criminogeno. Un Paese che produce, provoca, talvolta riporta in vita il crimine.
Un po’ com’è avvenuto e avviene per Caino, dimenticato in una sporca cella sovraffollata, vittima del più becero e travagliesco  giustizialismo all’italiana, che risponde all’offesa con l’offesa e vuol «buttare via la chiave».

La dimensione del forcaiolo è un fedele ritratto del reazionario d’oggi, un descamisado illuminato solamente dal bagliore delle manette, una torva ed ottusa vittima della demagogia.
La nostra Carta repubblicana — ironicamente, proprio quella dietro la quale quei buzzurri del diritto tentano di occultare le loro bestialità — riconosce e tutela il diritto alla rieducazione del carcerato, che altro non è se non una sostanziale risocializzazione, un reinserimento nella società che dovrebbe passare da una sanzione, da una pena, non certo da quella che in questo Paese è in realtà castigo e penitenza, la vendetta di uno Stato ammalato di giustizia.

Da decenni, ormai, l’Italia soffre di un ingente ed indecente sovraffollamento carcerario, che già nel 2013 aveva portato la Corte EDU ad emanare la nota sentenza Torreggiani, accertando e condannando la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, in materia di divieto di tortura e trattamento disumano o degradante.

Attualmente, nelle carceri nostrane sono detenute quasi 55.000 persone, a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 50.000 posti, a sottolineare un tasso di sovraffollamento dell’8,5%.
Al paradosso che Caino è costretto a soffrire — abbandonato dall’attenzione mediatica ma flagellato da una detenzione letteralmente soffocante — si aggiunge lo stigma dell’attuale pandemia, che dilaga negli istituti nella criminale indifferenza del Ministero della Giustizia, che non solo ignora ogni genere di soluzione volta a ridurre la popolazione detenuta essendo per questa evidentemente impossibile rispettare le norme sul distanziamento sociale, ma non provvede neppure a divulgare pubblicamente i dati relativi al contagio. Solamente grazie a poche associazioni ed al Garante nazionali dei detenuti sappiamo che, attualmente, il numero dei carcerati attualmente contagiati si aggira intorno ai 900, mentre quello del personale e degli agenti di polizia penitenziaria ha superato la soglia dei mille.

In un Paese civile, in un Paese normale, dovrebbero essere considerati tanto i cittadini fuori quanto i cittadini dentro, dinanzi al riconoscimento di diritti umani che, proprio in quanto tali, non possono e non devono tenere conto di alcuna distinzione.
Ma Caino, nella ruggine e nel tanfo, non è altro che derelitto, rigurgitato. Dalla società nella quale dovrebbe essere reintegrato, dalla socialità alla quale dovrebbe aver diritto, dal conforto della considerazione e dell’essere, per una volta, più che avere, speranza.

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