Not porn, not for revenge

Se avessi un centesimo per ogni volta che un ragazzo che a malapena frequentavo ha tirato fuori del materiale intimo di un’altra ragazza, avrei due centesimi. Che non sono molti, ma è strano che sia successo ben due volte, vero?

La prima volta avrò avuto sedici anni, eravamo in compagnia fuori da un locale, come usava in era pre-Covid, quando lui, parlando con un amico di una nostra coetanea con cui era uscito, tira fuori il telefono e: «Ha un culo che non hai idea, vuoi vedere la foto?».

Andiamo avanti di qualche anno, stavo messaggiando con un tale che, come capita, “messaggiava” anche con un numero indefinito di altre ragazze. Ad un certo punto mi invia le foto censurate di un suo rapporto con un’altra ragazza, chiedendomi se volessi vedere le originali. Le cancello e gli impongo di smetterla. Lui sostiene di star scherzando.

È interessante che, soprattutto nel primo caso, più che per l’altra ragazza, la vera vittima delle circostanze, fossi arrabbiata per la mancanza di rispetto nei ​miei confronti, perché stavano vantando rapporti con altre ragazze in mia presenza. Per la prima volta, ripensandoci nell’ottica di scrivere questo articolo, ho estrapolato dal contesto questi comportamenti e ho provato il disgusto e lo sconvolgimento di come quei corpi fossero stati denudati, oltre che nel senso letterale, anche della loro umanità, della persona a cui appartenevano, per diventare prodotti, merci di scambio, per ottenere rispetto, gelosia, una risata.

Ho realizzato con quanta probabilità è successo anche a me. Che uno di questi, o altri, che hanno ricevuto foto o video pensati per loro, possano averle fatte vedere ad un amico una sera fuori da un locale, o inviate a qualcuno su WhatsApp. Che siano potenzialmente su un qualunque telefono, impresse nelle cornee di persone che neanche conosco.

Sono stata travolta dalla consapevolezza che nel momento in cui lascia il mio specchio, il mio corpo non mi appartiene più. Nel momento in cui qualcun altro lo vede, diventa proprietà di tutti.

Le modalità con cui si sono svolte entrambe le situazioni, però, sono molto distanti dagli esempi del fenomeno che siamo abituati a veder rappresentati: il fidanzato geloso, ferito, mollato che condivide per ripicca le immagini private della ragazza. Per questo mi preme che le cose vengano chiamate con il loro nome.

“Revenge porn” presuppone due cose: che quello che viene condiviso sia un “porno”, che invece è un termine che per definizione presuppone due parti ugualmente consensuali, e che possa essere condiviso solo per vendetta, con rabbia, con la consapevolezza di star facendo qualcosa di spregevole. Stiamo invece parlando di un numero infinito di motivazioni e variabili per cui qualcuno dovrebbe compartecipare qualcosa che non dovrebbe. Persino in “buona fede”. La vendetta, peraltro, presuppone semanticamente che qualcosa sia stato sbagliato dalla vittima, che l’atto sia una diretta conseguenza di azioni sbagliate e, dunque, in qualche modo meritata. Iltermine è” condivisione non consensuale di materiale intimo”​, non molto​catchy ,​ma corretto. È anche il modo in cui il ​revenge porn viene chiamato nella legge numero 69 del 19 luglio 2019, cosiddetta “Codice Rosso”, che sanziona con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5000 a 15000 euro chi diffonde illecitamente immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate.

Tuttavia, sebbene sia fondamentale farne riferimento, eviterei di affrontare l’argomento dal punto di vista giuridico (di cui hanno sicuramente più ragione di esprimersi persone più qualificate di me), ma culturale.

Facciamo un passo indietro: come si arriva a questo? Cosa fa credere a un numero così consistente di persone che condividere immagini di qualcun altro sia contemplabile?

La quantità di aspetti da considerare per individuare tutte le cause andrebbe oltre la capienza di questo articolo, e la vostra pazienza, ma ci affidiamo a Silvia Semenzin, sociologa digitale e collaboratrice del collettivo Virgin & Martyr, che parlando di condivisione non consensuale ci indirizza verso un cavallo di battaglia di chi si occupa di questi temi: l’educazione sessuale.

La persona che invia la foto privata della partner sul gruppo del calcetto e quei poveretti che arrivano in classe a farti vedere come si mette un preservativo a una banana hanno più in comune di quanto si possa pensare, perché un’educazione sessuale incompleta, che non comprende un’educazione al piacere, all’affettività, al consenso e in generale al rispetto dei propri partner, non fornisce gli strumenti per vivere la sessualità in modo sano.

Anche nel ventunesimo secolo, il numero di ragazzini costretti a farsi un’idea della sessualità dal porno o dal passaparola è incredibile. E questa, contrariamente all’opinione del perbenista di turno, non è colpa della pornografia. Il porno è per definizione performativo, non rappresenta una sessualità vera perché il suo ruolo non è quello di educare. Dargli la colpa perché non educa i ragazzini a una sessualità sana, sarebbe come prendersela con Game of Thrones perché un bambino, che non sa niente di Medioevo e anzi, di fronte al quale il Medioevo è trattato come un temibile tabù, crede che la serie ne sia una rappresentazione accurata.

Ciò senza neanche entrare nel merito di come le principali piattaforme di condivisione di materiale pornografico siano le prime a non impegnarsi abbastanza nel condannare ed eliminare dai propri server tutto ciò che (stando sempre alla definizione di cui prima) non rientri nel campo della pornografia, ma piuttosto nella sopracitata categoria del materiale intimo non consensuale.

Date queste premesse, se lasciamo a Pornhub il compito di essere la principale se non l’unica fonte di educazione al piacere negli anni puberali di buona parte dei ragazzini, non è una sorpresa che il corpo femminile diventi uno strumento di soddisfacimento delle proprie pulsioni, che non venga esercitata l’empatia necessaria per comprendere che la sessualità e il piacere femminili non sono un lato secondario del piacere maschile, che i nostri corpi nudi sono nostri da disporre e non vostri da scambiare.

La responsabilità individuale è innegabile, ma dove il sistema è malato, chi ne viene trainato è responsabile solo nella dimensione in cui non riesce ad opporsi, diventando complice. Questa complicità ha più facce di quante siano legate all’atto in sé. Per farne un esempio tristemente celebre, dire alle donne di non inviare foto di sé stesse per evitare che vengano rese pubbliche è come mettere un cerotto su una gamba mozzata, perché stiamo parlando di un problema delle dimensioni di un fenomeno sociale, con radici più lunghe dei rami.

Tu puoi condividere una mia foto quando la ricevi proprio come puoi investirmi se attraverso la strada sulle strisce: io non ho fatto nulla di sbagliato, potenzialmente puoi farlo, è vero, ma tu ne sei l’unico colpevole ed è giusto che tu venga punito.

Non è una questione di opinione. Nessuna delle azioni della vittima può anche lontanamente giustificare un atteggiamento del genere: per riprendere la metafora di cui prima, se io mi fermassi in mezzo alla strada a raccogliere la mia borsa caduta mentre attraverso sulle strisce, questo giustificherebbe le macchine a tirarmi sotto? Sarebbe un caso mediatico? Sarebbe motivo di centinaia di articoli di opinione, dove viene brutalmente indagato quanto spesso mi cade la borsa, quanto fosse dopotutto divertente, dopotutto meritato, che il guidatore abbia deciso di contravvenire al codice della strada investendomi? O se fossi un’insegnante, una madre, una magistrata, una prostituta, una ragazza giovane o una donna anziana, sarebbe causa di insulti per me e attenuanti per il mio carnefice?

Traete le vostre conclusioni, ma fatelo con in mente quanto la cultura nutra sé stessa.
A forza di passarsi la colpa, da chi dovrebbe fornirci gli strumenti per vivere la nostra vita sessuale senza tabù e consapevolmente, a chi compie il reato, a chi ne parla senza saperne nulla, a chi lo strumentalizza, alla fine prima o poi tutta la colpa cade sulla vittima.

La sessualità è anche digitale e, se ci ha insegnato qualcosa l’ultimo anno, sappiamo che lo sarà sempre di più, ma funziona solo se riusciamo a separare la realtà dalla finzione, riconoscere che vedere un contenuto pornografico e immagini inviateci in confidenza sono due tipi di fruizione completamente diversi di sostanze completamente diverse, dove se il rispetto nei confronti di chi appare nel video dev’essere uguale, allora le loro intenzioni in relazione alla sua diffusione devono essere determinanti.

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