Decameron 2020

Premessa: con questo articolo non intendo addentrarmi nel territorio della critica letteraria, oltretutto medievale, nel quale potrei muovermi solamente alla cieca, a passi incerti, mio malgrado.
Ci sto lavorando, si potrebbe dire, ma per ora qui parlo da fan e nulla di più.

Il Decameron non è una lettura da spiaggia: la sintassi di Boccaccio è difficile, ricca di subordinate che affollano la frase e fanno sudare per andare a ripescare la principale, e la lingua è altrettanto ostica. Superati questi ostacoli è però un viaggio meraviglioso e stupefacente, anche, forse soprattutto, nel 2020.
Sono stata fortunata, perché il professore di letteratura italiana della mia università ha deciso di approfondire l’opera maestra di Boccaccio proprio nel semestre in cui ho frequentato il suo corso. Se così non fosse stato, probabilmente per me il Decameron sarebbe sempre rimasto un vago ricordo liceale, un’allegra raccolta di novelle, Chichibio e la gru e poco altro.
Sono stata fortunata, perché ottenere i mezzi per arrivare ad apprezzare davvero un capolavoro è un privilegio; per questo ci tengo a condividere alcune delle cose che ho imparato e che mi hanno permesso di vedere quest’opera con occhi nuovi ed entusiasti.

1348, Firenze. A marzo la peste fa le prime vittime ed entro la fine dell’anno moriranno dalla metà ai due terzi degli abitanti della città. Non si è troppo sicuri della presenza di Boccaccio a Firenze durante la fase più drammatica dell’epidemia, forse era ancora a Ravenna o Forlì, ma è certo che la sua descrizione della malattia e dello stato in cui aveva ridotto la città, posta in apertura al Decameron nell’introduzione alla prima giornata, è agghiacciante, terribile e viva, uno dei passi più celebri e potenti della storia della letteratura italiana. Fama meritatissima, ma sicuramente non devo dirvelo io; io però posso dirvi che leggere questo passo quando si sta vivendo in prima persona la realtà di una pandemia fa un certo effetto. Ovviamente tra la peste bubbonica della metà del XIV secolo e il Covid-19 c’è un abisso, per fortuna direi, infatti mentre è vero che questo incipit descrittivo mi ha toccata particolarmente, non è l’analoga situazione epidemica che mi ha portato ad innamorarmi di quest’opera.

Il fatto è che sebbene sia, come tutti sappiamo, una raccolta di novelle, il Decameron è principalmente il racconto di un unico grande viaggio, simile in questo alla Commedia dantesca. I dieci giovani che lasciano Firenze per andare a rifugiarsi in campagna stanno scappando dalla malattia, certo, ma la peste è ache un’allegoria della corruzione morale e lo stato di degrado, non solo materiale, in cui la città è decaduta. Attraverso le novelle che raccontano nei caldi pomeriggi estivi assistiamo ad un’evoluzione interiore dei ragazzi (uso questo termine per evitare la continua ripetizione del più corretto “giovani”, dato che l’età del gruppo va dai 18 ai 28 anni), che si riflette nell’argomento e nel tono della loro narrazione. Ognuno dei giovani, persino l’esuberante Dioneo che sembra non voler mai stare alle regole, affronta un cammino di crescita personale ed è molto affascinante notare i sottili cambiamenti nel loro atteggiamento giorno dopo giorno, sia nelle loro routine quotidiane che nel commentare le novelle. Cogliere questo aspetto è fondamentale, perché quello che Boccaccio narra realmente nel Decameron, al di là delle novelle, divertenti, tragiche o semplicemente bellissime che siano, è un percorso di purificazione in vista di una rinascità della società: i dieci giovani rifiutano lo stato morale della loro realtà e si ritirano in un luogo isolato per riflettere su loro stessi e coltivare le loro virtù, le loro migliori qualità, per poi tornare alla fine nel luogo malato e corrotto da cui erano fuggiti e reinserirvisi come adulti consapevoli. Sono i pochi sopravvissuti a una terribile catastrofe, hanno tutti perso amici e parenti, eppure alla fine decidono di tornare in città, decidono di guardare in faccia la morte e la bruttezza, forti del loro percorso di miglioramento interiore e pronti a costruire una società nuova, basata su solidi valori morali.

Leggendo e studiando il Decameron ho scoperto un Boccaccio sì irriverente, allegro e incredibilmente intelligente, sicuramente uomo del suo tempo, ma anche in un certo senso speranzoso: lucidamente consapevole del mondo in cui vive, ma fiducioso in un futuro in qualche modo più luminoso. Questa delicata speranza, questa sensibilità, condita con una buona dose di ironia e sregolatezza quanto basta, lo rendono veramente un uomo, oltre che un autore, straordinario ai miei occhi.
Se non è la peste oggi a metterci in ginocchio, al suo posto troviamo l’ineguaglianza sociale, l’incombente apocalisse climatica, l’asservimento totale all’economia e alle leggi del mercato, le ingiustizie e le giustizie bugiarde eccetera eccetera eccetera. Tutte problematiche già esistenti che l’emergenza Covid ha solo contribuito a portare a galla, come la peste aveva contribuito a portare a galla il degrado della Firenze trecentesca.

Io, a differenza dei giovani della brigata, coi loro incrollabili valori medievali, non so se riuscirò a migliorarmi abbastanza da avere il coraggio di rimboccarmi le maniche e pensare a come ripartire da zero.
Io, a differenza del grande, intramontabile, geniale Giovanni Boccaccio, non so se ho fiducia in un futuro più luminoso.
Ma è stato bello sognare con lui per un po’.

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