Scritta da un uomo

«Conde si sentì minacciato dai seni piccoli puntati al cielo come missili terra-aria, e percepì i fianchi della donna o come un’oasi di pace o come un campo di battaglia».

Quello che avete appena letto è solo uno degli esempi di pessime descrizioni di donne articolate da scrittori maschi e raccolte con grande fegato dall’account Twitter @menwritewomen, accompagnato in questa crociata anche dal popolarissimo subreddit r/menwritingwomen, dove pullulano esempi di questo genere.

La descrizione femminile media da parte di questi autori è completamente ed ingiustificatamente oggettivizzante del corpo femminile, aiutata generalmente da metafore e similitudini di dubbio gusto e una vaga (e spesso preoccupante) comprensione dell’anatomia delle donne. Facile domandarsi quando un autore maschio rappresenta l’altro sesso in maniera così offensiva, se l’errore sia semplicemente imputabile al non saper scrivere o se sia sintomo di un problema più ampio. Sebbene generalmente è probabile che entrambe le cose siano vere, per onestà intellettuale è giusto sottolineare che anche scrittori considerati grandi talvolta cadono in questa trappola. Haruki Murakami e Stephen King, tra gli altri, sono stati spesso criticati per la rappresentazione dei loro personaggi femminili nonostante il loro inequivocabile talento nella scrittura. 

Se nella letteratura è più facile imputare queste descrizioni imbarazzanti ad una scrittura quantomeno pigra, ci sono altri media in cui la pluralità di linguaggi in gioco, rendono meno facile sminuire l’intenzionalità e la portata culturale del problema. Nel cinema e in tutti gli altri media audiovisivi, oltre al dialogo (la sceneggiatura), la forma di linguaggio che potremmo più facilmente paragonare ad un libro, ciò che vediamo rappresenta a sua volta un’espressione comunicativa con un significato proprio ed ulteriore rispetto a quello che sentiamo. Per questo motivo è – ad esempio – impossibile valutare se un film sia femminista o meno solo leggendo ne la sceneggiatura, perché significati femminista (o sessisti) possono essere veicolati anche attraverso regia, scenografia, performance…

Facilmente sarete entrati in contatto con la terminologia male gaze, ovvero “sguardo maschile”, per definire un modo specifico di rappresentare le donne. Questo termine fu coniato dalla critica cinematografica Laura Mulvey e apparve per la prima volta nel suo saggio del 1975 Visual Pleasure and Narrative Cinema. La professoressa Mulvey utilizza la psicoanalisi per studiare il pattern del desiderio maschile nel cinema. Suggerisce che lo sguardo maschile coinvolga il film in tre aree distinte: come la macchina da presa registra l’evento, come il pubblico percepisce il prodotto finito e come interagiscono tra loro i personaggi all’interno dell’illusione. Ma sebbene le prime due siano sempre subordinate alla terza, perché affinché l’illusione cinematografica funzioni regista e pubblico devono essere invisibili, se anche i personaggi all’interno dell’illusione sono donne, sono spesso l’oggetto di desideri maschili codificati al punto di funzionare sia per l’uomo nella storia che per l’uomo del pubblico. L’immagine della donna come oggetto passivo e dell’uomo come soggetto attivo è talmente ingranata nella nostra percezione dei prodotti audiovisivi che tentativi di ribaltamento sono spesso risultati al pubblico come ridicoli e fuori luogo.

Prendiamo il personaggio di Harley Quinn dei fumetti DC Comics e la sua rappresentazione nel film Suicide Squad del 2016 (regia di David Ayer) e in Birds of Prey del 2020 (di Cathy Yan). Nonostante il primo film sia inequivocabilmente inferiore al secondo, Suicide Squad ha avuto molto più successo. La lista dei motivi per cui quest’ingiustizia è avvenuta potrebbe andare avanti in eterno, ma inevitabilmente una piccola parte è data dalla diatriba che vedeva una fetta di pubblico temere che la mancanza di sessualizzazione della protagonista snaturasse il personaggio e rendesse il film “da ragazze”. Quello che è successo, invece, è che Harley Quinn è rimasta sexy, ma la mancanza di sguardo maschile (inteso come codici cinematografici, è evidente e sottinteso che un uomo sia in grado di girare un film che non oggettifica le donne) ha reso l’anti-eroina più interessante e complessa e la storia più accattivante. 

Non voglio certo mettermi qui a scrivere: “Iniziate a rappresentare le donne come esseri umani!” come se non ci avesse mai pensato nessuno a dirlo prima. Lo sguardo maschile, come moltissimi altri modelli strutturali di cui siamo eredi, sono riflessi di “valori” culturali profondamente radicati nella società occidentale che vanno meticolosamente smantellati pezzo dopo pezzo. Questo è solo uno dei motivi per cui è importante avere sempre più voci varie nell’ambito nella narrazione: non per ghettizzare il sesso femminile perché consumi solo media prodotti da loro simili, ma per offrire modelli alternativi nella rappresentazione di tutti i generi che possono a loro volta aiutare autori di qualunque forma e dimensione a comporre e presentare personaggi diversi tra loro.

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