La sindrome italiana

Di femminismo su Grammelot parliamo spesso. Del resto, farlo di questi tempi è quasi inevitabile: le contraddizioni tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, ciò che è scritto e ciò che avviene in pratica, sono ancora troppo grandi perché la questione possa essere messa da parte. Viviamo in un paese che si definisce laico, che sulla carta offre pari opportunità a uomini e donne, ma sperimentiamo ogni giorno una realtà radicalmente diversa. Certo, ci sono donne che ce la fanno. Ci sono donne che riescono a liberarsi da responsabilità e ruoli che sono ancora prettamente femminili e a diventare con successo membri di un mondo ancora spesso prettamente maschile. Per molti versi, tuttavia, la società italiana non è troppo diversa da come era trenta, quaranta, cinquant’anni fa. Ciò significa che per ogni donna che trova un suo posto inedito all’interno di essa, c’è un prezzo da pagare: qualcuno, o meglio qualcuna, finisce per portare sulle spalle il peso di un cambiamento a metà, in cui ci sono sommerse e salvate.

La sindrome italiana è una forma di depressione caratterizzata da ansia, apatia, insonnia e da un profondo senso di alienazione, che in alcuni casi può portare al suicidio. Identificata per la prima volta da due psichiatri ucraini, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych, la sindrome italiana si chiama così perché colpisce le donne che tornano nei propri paesi di origine nell’Est Europa dopo avere lavorato in Italia come badanti. Si tratta di persone che si sono trovate costrette a lasciare i propri figli, anche molto piccoli, per venire a lavorare nel nostro paese in condizioni di sfruttamento, solitudine e alienazione. I loro salari servono a mantenere i figli a casa e contribuiscono notevolmente anche alla crescita economica dei paesi di origine. Tuttavia, molto spesso quando tornano le emigranti scoprono di non essere più le benvenute: vengono accusate di aver abbandonato le proprie famiglie e la propria patria, si trovano schiacciate tra la sofferenza causata loro dal lavoro in Italia e i sensi di colpa nei confronti dei figli. Anche tra questi ultimi si verificano, tra l’altro, molti casi di suicidio.

Svitlana Kovalska, presidente dell’Associazione Donne Ucraine Lavoratrici, a febbraio di quest’anno ha parlato della sindrome al Manifesto. Nel corso dell’intervista, Svitlana ha affermato che non si parla di “sindrome italiana” perché qui le badanti sono trattate peggio che altrove, ma perché in Italia esse sono molte di più. Ciò è indubbiamente una conseguenza del modello di welfare dell’Italia, cosiddetto “mediterraneo” o “familiare”, che si affida appunto alle reti familiari come principale ammortizzatore sociale. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in Italia le donne svolgono il 74% delle ore di lavoro non retribuito di assistenza e cura. Se a questo dato aggiungiamo il fatto che la percentuale di donne tra coloro che svolgono il lavoro di colf e badanti si aggira intorno al 90%, dovremmo forse giungere alla conclusione che più che di un modello di welfare “familiare”, parliamo di un modello di welfare femminile. Non solo, il lavoro di cura è scaricato essenzialmente sulle donne più povere, perché lo fanno di mestiere o perché non possono pagare qualcuna che lo faccia al posto loro.

In “Women, race and class” Angela Davis dedica un intero capitolo al lavoro domestico e di cura. Davis muove pesanti critiche al movimento femminista italiano degli anni ’70 che richiedeva l’istituzione di un salario per il lavoro domestico delle casalinghe. Nello scritto di Davis sono già contenute le principali problematiche che possiamo riscontrare oggi, messi davanti alla tragedia della sindrome italiana: la natura alienante del lavoro domestico e di cura, la solitudine che ne consegue, il dramma delle donne (tra cui spesso anche quelle afroamericane, sottolinea Davis) che si trovano costrette a trascurare le proprie famiglie per svolgere lavoro di cura pagato presso quelle altrui. La soluzione prospettata da Davis è quella di gestire il lavoro domestico e di cura in maniera non individuale ma sociale: per quanto riguarda il primo, questo dovrebbe portare a una maggiore automazione e a un alleggerimento delle mansioni; per quanto riguarda il secondo, socializzarlo servirebbe ad alleviare il peso che esso può costituire.  

La sindrome italiana è anche una conseguenza delle fallimentari leggi sull’immigrazione che si sono succedute in Italia. In molti casi, le donne che lavorano come badanti sono particolarmente ricattabili perché presenti sul territorio italiano in maniera irregolare, il che le costringe a lavorare in nero e impedisce loro di far valere i propri diritti. L’incapacità dello stato e della società italiani di elaborare e mettere in atto processi di accoglienza e integrazione risultano in un isolamento pressoché totale, cui pongono in parte rimedio soltanto alcune associazioni nazionali e gruppi religiosi. A tutto questo si aggiunge il fatto che finché la loro situazione in Italia non viene regolarizzata, per queste donne è impossibile uscire dal paese per andare a trovare i propri figli. Non a caso l’esistenza della sindrome italiana fu teorizzata per la prima volta nel 2002, dopo una sanatoria che aveva permesso a molte donne di tornare in patria per la prima volta dopo anni.

In fin dei conti, la sindrome italiana è una questione quasi matematica: se la partecipazione femminile al mondo del lavoro aumenta (anche perché sempre più spesso un salario non basta a mantenere la famiglia), si crea un fabbisogno di lavoro di cura che le donne lavoratrici non possono più svolgere, sia nei confronti dei bambini che nei confronti degli anziani. Al primo lo Stato supplisce in misura insufficiente, al secondo non lo fa affatto. Dai dati appare evidente che gli uomini non si sono collettivamente sobbarcati il peso del lavoro da fare; restano, dunque, altre donne, povere e immigrate e dunque facilmente sfruttabili per le leggi scritte e non scritte del mondo in cui viviamo. Su Grammelot parliamo spesso di femminismo e non siamo gli unici. Tra coloro che parlano di femminismo, molto spesso c’è chi saluta i cambiamenti che si sono verificati nelle strutture familiari e nel mondo del lavoro come segnali che ce l’abbiamo fatta, che la rivoluzione è avvenuta. È invece importante che ci ricordiamo che troppo spesso a portare il peso dei cambiamenti sono soltanto le donne, quelle si trovano a cercare ogni giorno un equilibrio tra il lavoro retribuito e quello di cura, ma soprattutto quelle che di lavoro di cura rischiano di morire.

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