Adelina Sejdini

Adelina Sejdini è morta sola. Era arrivata in Italia dall’Albania nel 1996, appena ventiduenne. Rapita e violentata, fu vittima del racket della prostituzione per diversi anni, prima di riuscire a mettersi in salvo. Grazie alle sue dichiarazioni e al suo coraggio all’inizio del 2000 più di 40 persone appartenenti alla mafia albanese e coinvolte nel giro della prostituzione in Italia furono arrestate e altre 80 denunciate. Adelina ci aveva messo la faccia: aveva collaborato con le forze dell’ordine, che considerava i suoi “angeli” e la sua “famiglia” (tanto da guadagnarsi il soprannome di “Adelina 112”), esponendosi e mettendosi a rischio per il bene comune. Aveva poi continuato il suo impegno in prima linea a fianco dei City Angels, aiutando le prostitute a denunciare i loro sfruttatori.

Era un’abolizionista: nel 2018 si era opposta alla modifica della legge Merlin, che nel 1958
aveva portato alla chiusura definitiva di 560 case chiuse. L’autrice, Angelina “Lina” Merlin (1887-
1979), maestra elementare, partigiana, socialista, prima donna eletta in Senato e unica donna
nella prima legislatura repubblicana, è madre del terzo articolo della Costituzione Italiana, che
recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali
e sociali”. La sua legge del 20 febbraio 1958 rese illegali il favoreggiamento e lo sfruttamento
della prostituzione, al fine di evitare la riduzione in schiavitù delle donne per un mercato del
sesso. La legge era stata al centro di un acceso dibattito e aveva avuto una grossa eco
nell’opinione pubblica, come si evince per esempio dalle ultime sequenze del documentario del
1964 “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini.

Qualche anno fa lo stesso dibattito è stato riaperto e la legge è stata accusata di incostituzionalità: impedire ad una donna di prostituirsi ne limita la libertà? In quell’occasione Matteo Salvini si era dichiarato favorevole alla reintroduzione delle case chiuse, dicendo frasi come: “La droga uccide, il sesso no”. Adelina non era d’accordo e manifestava indossando una maglia con sopra stampata una foto di Falcone e Borsellino. Si sentiva profondamente italiana, era un’eroina italiana. Sabato, Adelina Sejdini è morta sola, nonostante avesse salvato innumerevoli vite; nonostante la sua storia fosse conosciuta; nonostante la sua devozione alle forze di polizia; nonostante le sue disperate richieste di aiuto.

Nell’ultimo rinnovo del permesso di soggiorno ad Adelina era stato tolto lo  stato di apolide (dal
greco: a-polis, senza città, è una persona che ha perso la cittadinanza d’origine e non ne ha una nuova) ed era tornata ad essere cittadina albanese, condizione che lei aveva sempre ripudiato e che le avrebbe causato problemi nell’ottenimento di un alloggio in Italia. Ad aggravare la situazione, nel permesso non era dichiarata la condizione di invalidità al 100% di Adelina, che lottava contro un grave tumore. Così, da un momento all’altro, si era trovata privata senza motivo dei sussidi e della pensione d’invalidità di cui viveva.

Malgrado la malattia, a fine ottobre Adelina era andata Roma a protestare contro questa
condanna burocratica, arrivando a darsi fuoco davanti al Viminale per cercare di ottenere
attenzione. Scontratasi con un muro d’indifferenza, dopo il ricovero in ospedale a seguito delle
gravi ustioni, Adelina non si arrese ed tornò in piazza, con l’obiettivo di arrivare a Mattarella e
cercare di risolvere la sua situazione. Mentre, microfono alla mano, raccontava la sua storia e
parlava del suo permesso di soggiorno, Adelina è stata fermata dalla polizia, dai suoi “angeli” e
la sua “famiglia”, che ha emesso contro di lei un provvedimento di allontanamento dal Comune,
intimandole di tornare a casa.

Adelina a casa non è mai tornata. Si è tolta la vita poco dopo, gettandosi da un cavalcavia ferroviario della capitale, ad appena 46 anni. La storia di Adelina Sejdini è una storia di abbandono. Non ci sono scuse, non ci sono cavilli. Premettendo che uno Stato dovrebbe essere in grado di garantire accoglienza e rifugio a chiunque ne abbia bisogno, perché la vita va tutelate in quanto tale e non sulla base di dubbi criteri morali, Adelina era oggettivamente in una posizione inattaccabile, aveva “fatto tutto giusto”. Per quanto razzistə, ignorantə, xenofobə o semplicemente cattivə si possa essere, non si può negare che Adelina abbia salvato delle vite mettendo in pericolo sé stessa: era un’eroina per definizione, da manuale. Non si può negare, ma a quanto pare si può ignorare.

Se il suo eroismo non è bastato a salvarle la vita, a darle uno spazio più che meritato in questo
paese, c’è solo da sperare che post mortem ispiri ulteriormente la lotta alle mafie e aiuti ad
orientarsi nel dibattito estremamente polarizzato sulla legalizzazione della prostituzione. Prima
di prendere una posizione giustificata dal nostro sentirci femministe disinibite e “sexually
empowered” proviamo ad ascoltare la voce di chi ha vissuto la prostituzione sulla propria pelle,
soprattutto se è una voce che è stata ridotta al silenzio.

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