Anatomia di una crisi

Uno spettro si aggira per l’Europa: è la crisi migratoria. In ogni dato momento, il numero di persone che entrano nell’Unione Europea in cerca di asilo è direttamente proporzionale tanto al relativo grado di allarmismo mediatico, quanto all’intensità del dibattito pubblico sull’argomento. È ciò che è successo anche a partire da circa due settimane fa, quando il governo del dittatore bielorusso Lukashenko ha permesso ad alcune migliaia di migranti di attraversare il confine con la Polonia. Tale atto, che è stato definito dalla Commissaria Europea Ursula Von Der Leyen “un attacco ibrido”, è un tentativo da parte di Lukashenko di esercitare pressioni sull’Unione Europea per costringerla a sollevare le sanzioni economiche imposte sul suo regime dittatoriale.

Ad ogni reiterazione del dibattito sulle migrazioni in Europa, viene comunemente affermato che una delle problematiche principali è l’incapacità dell’Unione Europea di produrre una normativa comune sul tema. Il risultato è che le norme e le politiche in materia di asilo e accoglienza sono estremamente frammentate sul continente, e gran parte degli oneri di gestione dei richiedenti asilo ricade sui paesi di confine dell’Unione. Tuttavia, guardando a ciò che sta avvenendo ai confini tra Bielorussia e Polonia, l’impressione non è che si tratti del risultato di una mancanza di politiche sull’immigrazione. In altre parole: se la Bielorussia può condurre un “attacco ibrido” usando i corpi di persone inermi a proprio vantaggio, non è perché l’Unione Europea negli ultimi anni non ha agito rispetto alla questione migratoria, è perché ha agito in una maniera molto precisa. 

Nel suo libro Borderlands: Europe and the Mediterranean Middle East la Professoressa Raffaella Del Sarto analizza il rapporto tra l’Unione Europea e le sue terre di confine, in particolare nella regione del Mediterraneo. Ciò che emerge dall’analisi di Del Sarto è un quadro in cui l’UE, lungi dall’essere inattiva, ha invece passato anni ad esternalizzare sistematicamente la gestione delle proprie frontiere delegando di fatto a paesi come la Turchia la gestione dei flussi migratori, con conseguenze disastrose per la tutela dei diritti umani delle persone migranti. Tale cooptazione di governi talvolta autoritari (come nel caso di quello turco) ha avuto l’effetto collaterale di rafforzarli, creando un rapporto di interdipendenza con l’Europa. Come è accaduto anche nel caso della Bielorussia, i corpi dei migranti giocano in questo rapporto il ruolo di strumento di ricatto nei confronti dell’UE, da usare in risposta alle sanzioni reali o potenziali imposte ai governi in questione per le loro violazioni dei diritti umani. 

Il problema non è, dunque, la mancanza di politiche migratorie europee, quanto piuttosto l’esistenza di una politica migratoria che mira all’allontanamento fisico della questione dagli occhi e dai cuori dei cittadini di una delle regioni più ricche del pianeta. Fintantoché l’Unione Europea continuerà a delegare la gestione dei flussi migratori a soggetti esterni, come avviene con la Bielorussia e la Turchia, ma anche con il Marocco e la Libia, non solo essa continuerà ad essere ricattabile, ma, cosa più importante, i diritti umani delle persone migranti continueranno ad essere sistematicamente violati. Ciò avviene sia nei campi e nelle prigioni che costellano ormai i confini dell’UE, sia lungo le rotte migratorie che le persone sono costrette ad intraprendere per mancanza di alternative legali e sicure di accesso all’Europa. 

Tra i migranti che tentano oggi di entrare in Polonia vi sono molti cittadini afghani. Si tratta delle stesse persone di cui i governi occidentali hanno invaso il paese, per poi abbandonarle al loro destino. Sono le stesse persone che un paio di mesi fa occupavano le prime pagine dei giornali, che fuggono dall’oppressione talebana contro cui l’Occidente intero si è scagliato in un raro e catartico momento di condanna collettiva. Ora bussano alle porte dell’Europa, e vengono accolte da forze militari e di polizia con armi, idranti e filo spinato. Non è la Bielorussia a condurre un “attacco ibrido” contro l’Unione Europea, è lo spettro delle scelte passate. La questione migratoria accompagnerà senza ombra di dubbio la storia umana ancora per lunghissimi anni: qui, se non altrove, c’è ancora tempo per cambiare. 

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