Sulla morte di Wissem Abdel Latif

Wissem Abdel Latif è morto lo scorso 28 novembre, a 26 anni, dopo tre giorni passati legato a un letto dell’ospedale San Camillo di Roma. Era arrivato in Italia a settembre per cercare lavoro ed era stato trattenuto per un periodo su una nave quarantena della compagnia GNV, per poi essere trasferito al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Ponte Galeria a Roma. Dopo avere lamentato uno stato di turbamento psichico ed essere stato sopposto a terapia farmacologica all’interno del CPR era stato trasportato in ospedale, dove è morto. La causa ufficiale del decesso è un arresto cardiaco; tuttavia secondo il cugino del giovane, intervistato da Annalisa Camilli per l’Essenziale, Wissem era in salute, in Tunisia giocava a calcio e non aveva mai dato segni di disturbi psichiatrici. 

Le domande aperte sulla morte di Wissem Abdel Latif restano molte. La prima è come abbia fatto un giovane di 26 anni precedentemente dichiarato in buona salute a morire di arresto cardiaco in un letto d’ospedale meno di tre mesi dopo essere arrivato in Italia. La seconda è come mai nessuno abbia informato in tempo l’avvocato di Wissem e lui stesso che il provvedimento di rimpatrio emesso nei suoi confronti era stato sospeso: in pratica, nel momento della sua morte il giovane avrebbe dovuto trovarsi in libertà, ma non lo sapeva, così come la sua famiglia non ha saputo del suo ricovero fino al momento della sua morte. Un altro punto oscuro riguarda le testimonianze di alcuni dei giovani detenuti nel CPR insieme a Wissem, secondo le quali il giovane avrebbe subito delle percosse da parte delle forze dell’ordine prima di essere ricoverato. Il timore è che i testimoni vengano rimpatriati prima di poter essere sentiti dalla procura, una pratica comune attorno alle morti nei CPR. L’avvocato dei familiari ha chiesto una nuova autopsia, di cui non si hanno ancora i risultati, e le indagini sulla morte di Wissem sono tutt’ora in corso.

Della natura dei CPR in Italia e delle condizioni al loro interno avevamo già parlato a giugno di quest’anno, in occasione di un’altra morte: il suicidio di Musa Balde, 23 anni, nel CPR di Corso Brunelleschi a Torino. A partire dagli anni ’90, lo stato italiano ha progressivamente messo in piedi un sistema di detenzione extragiudiziale di persone innocenti in luoghi disumani, in cui le violazioni dei diritti sono all’ordine del giorno. In un rapporto pubblicato a ottobre 2021, la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili ha denunciato una volta di più “la detenzione senza reato nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio”. Il rapporto è dedicato a sei persone tra i 20 e i 38 anni morte nei CPR negli ultimi due anni, cui si aggiunge ora Wissem. 

Come denunciato da più parti, la morte di Wissem è frutto non solo della violazione sistematica di ogni diritto costituita dal sistema dei CPR, ma anche degli accordi per il rimpatrio dei migranti stipulati dall’Italia con la Tunisia con il benestare dell’Unione Europea. Le conseguenze deleterie di tali accordi erano state tra l’altro già denunciate a dicembre 2020 dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. A preoccupare l’ASGI era in primo luogo l’estrema contrazione dei tempi di rimpatrio, tale da non garantire l’effettivo esercizio del diritto di asilo da parte delle persone interessate. “Nel caso della Tunisia”, denuncia l’ASGI, “ciò che caratterizza le diverse intese che si sono succedute negli anni è la loro natura informale, poco trasparente e spesso non pubblica”. L’ultimo di questi accordi è stato stipulato da Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio nell’agosto del 2020, alla presenza di due Commissari europei. In virtù di esso, 11 milioni di euro sono stati stanziati alla Tunisia per il controllo delle frontiere e i rimpatri verso la Tunisia sono aumentati esponenzialmente in numero e rapidità. 

Qualunque sarà il risultato delle indagini sulla sua morte, una cosa è certa: Wissem Abdel Latif è stato ucciso. In un mondo privo delle diseguaglianze economiche che l’hanno costretto a lasciare il suo paese, della violenza e della repressione che l’hanno accolto al suo arrivo in Italia, della paura, dell’avidità, del razzismo e dell’indifferenza che hanno permesso l’esistenza del sistema che lo ha ammazzato, oggi sarebbe ancora vivo. Se è certo che la sua morte verrà derubricata come una tra le migliaia provocate dalle politiche migratorie europee, lo è anche che essa deve essere per noi una ragione in più per lottare attivamente contro di esse. 

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