Perchè la Cina non fa retromarcia in Xinjiang?

Il mondo ha finalmente rotto il silenzio su ciò che sta succedendo in Xinjiang. La persecuzione della minoranza uigura da parte del governo cinese non è più una notizia esclusiva commentata sottovoce tra esperti e appassionati di Cina. Qualche sinologo meno timido ha perfino iniziato a chiamare pubblicamente la situazione col suo nome, genocidio. Si tratta di una conversazione collettiva iniziata nel 2020, nel contesto del vertiginoso calo di popolarità internazionale subito dalla Cina a partire dallo scoppio della pandemia. Come spesso accade nei dibattiti sulle tragedie-molto-lontane, anche questo è stato monopolizzato da una sola, purché sacrosanta, domanda: perché la comunità internazionale non sta fermando la Cina? Eppure di domande se ne possono e devono fare tante altre, prime tra tutte: perché la Cina non si sta fermando da sola? E perché ha iniziato?

Il governo cinese ha iniziato a perseguitare gli Uiguri per tre tipi di motivi: ideologici, territoriali ed economici. Partiamo dall’ideologia: la repubblica popolare cinese, nel 1989, non ne aveva più una. La legittimità di tipo carismatico acquistata dal Partito Comunista Cinese con la rivoluzione, passati quarant’anni, si era considerevolmente ridimensionata, così come si era ridimensionata la convinzione con cui i cinesi, nel partito e fuori, credevano nel Marx-Leninismo. La Cina di Deng Xiaoping si era aperta, venduta, arricchita; e si stava facendo strane idee. Tiananmen, secondo molti, è stata proprio il risultato del vuoto ideologico formatosi all’interno del PCC, un buco che milioni di giovani cinesi hanno provato a riempire con idee più democratiche, e che il partito ha prontamente richiuso col sangue. Da allora, il partito ha individuato una nuova ideologia di Stato: l’etnonazionalismo. 

Il nazionalismo cinese, prima degli anni ‘90, affondava le radici in un’idea di Stato fondato sì dal PCC, ma con l’aiuto di tutto il popolo, comprese le minoranze etniche, che quindi sulla carta avevano lo stesso status della maggioranza Han. Il rapporto minoranze-maggioranza era già problematico in termini di reale distribuzione del potere, ma le minoranze godevano tutto sommato di larga autonomia: certo, assimilarsi era più facile, ma non assimilarsi era ancora una possibilità. Oggi, il nazionalismo cinese ha alla base la convinzione che una nazione, per rimanere intatta, debba avere un popolo etnicamente omogeneo. Questo significa che la popolazione non-Han deve per forza essere assimilata, che è ben diverso da sterminata. Quel che si chiede alle minoranze cinesi non è di morire, ma di amare acriticamente la Patria, vivere in tutto e per tutto come gli Han e ridimensionare la loro etnia da identità a fatto particolare, simpatico dettaglio da sfoderare ai festival esibendosi in canti e balletti in costume davanti ai loro modernissimi, normalissimi amici Han.

Gli uiguri sono la minoranza che si è adeguata meno a queste richieste. Perché non vogliono, comprensibilmente; ma anche perché per loro è più difficile. Sono la minoranza in assoluto meno prossima agli Han. Parlano un dialetto del turco, non del cinese standard. Sono musulmani, in un Paese in cui le religioni sono derise o perseguitate. Fisicamente assomigliano più alle popolazioni dell’Asia centrale che agli Han, il che non è scioccante, visto lo Xinjiang è in Asia centrale. E quindi come fanno ad essere cinesi, se cinese è sinonimo di Han? Non lo sono. Su questo, gli Uiguri e il PCC concordano. E se gli Uiguri non sono cinesi, secondo la logica etnonazionalista, la loro terra non è Cina. Uiguri e PCC concordano anche su questo, ma traggono conclusioni molto diverse: per molti Uiguri, il passo successivo è il desiderio di una nazione propria; per il PCC, è la determinazione a sinizzare gli uiguri, normalizzando una volta per tutte la provincia ribelle e scongiurando una separazione che, altrimenti, il partito vede come destinata a compiersi.

Ed ecco svelati i motivi territoriali ed economici: il PCC non può permettersi di perdere lo Xinjiang. Innanzitutto, perché non è l’unica regione instabile da questo punto di vista: lasciare andare lo Xinjiang significherebbe probabilmente risvegliare il Tibet, la Mongolia interna e Hong Kong, regioni già represse con successo e in questo momento stabili. Darebbe anche un considerevole strattone verso l’indipendenza a Taiwan, anche se quest’ultima funziona già a tutti gli effetti come uno Stato a sé. Una mutilazione simile lascerebbe la Cina comunque enorme, ricca e popolatissima, e tecnicamente la renderebbe più omogenea, ma farebbe quasi sicuramente implodere il PCC. Dal punto di vista strategico, perdere lo Xinjiang significherebbe perdere i confini con le ex repubbliche sovietiche, con l’Afghanistan e col Pakistan, aree su cui la Cina ha investito ingenti energie e risorse nel tentativo, abbastanza riuscito, di costruire una sua sfera d’influenza in Asia centrale. Significherebbe anche rinunciare ad una miniera di risorse naturali, e dover trovare un’altra regione da cui far dipendere la propria indipendenza energetica, oltre che un altro corridoio da cui far passare la via della seta, potenzialmente dando il colpo di grazia ad un progetto già soffocato dal suo enorme peso.

Per tutte queste ragioni, per il PCC lo Xinjiang deve restare in Cina a qualunque costo, anche a quello di commettere un genocidio goccia per goccia, venire scoperti e perdere la faccia. Vale tutto, quando si tratta di sinizzare definitivamente gli Uiguri, perché si tratta di evitare lo sgretolamento del partito e della nazione, che sono sinonimi. Il PCC non si fermerà perché questa, per loro, è una questione di vita o di morte; purtroppo, lo è anche per gli Uiguri.

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