Prima di dormire

Quando sono all’Aia, la città olandese dove studio, passo quasi tutto il tempo in camera mia. È una stanza mansardata dai muri sottili, bianchissimi, ricoperti da un intonaco che sembra fatto di gesso, e infatti si sporca e si rovina pure con la stessa facilità del gesso. I mobili sono tanti, fin troppi, un’accozzaglia anonima di tutti i pezzi meno costosi dell’Ikea; e infatti sono nuovi, ma pure quelli si rovinano solo a guardarli. Anche se a me non dicono niente, mi piace pensarli simpatici tra di loro, amici d’infanzia che quando io non ci sono passano le giornate a lamentarsi dei nuovi acciacchi che ho procurato loro e a rimuginare sui bei tempi andati di quando stavano in magazzino tutti insieme. Quando torno si ammutoliscono, ma non del tutto: alla sedia piace far cadere una vite sul parquet all’improvviso, una a caso delle quattro che ha disposizione, preferibilmente di notte. Così, per salutarmi, per chiedermi se stessi dormendo. Di solito la risposta è no.

No, ero sveglia ad ascoltare un’altra traccia della colonna sonora di questa stanza: il vento. Vento che quando siamo di buon umore, sia io che lui, mi ricorda il mare, il rumore cullante delle onde con cui mi addormentavo d’estate da bambina, crogiolandomi nella comodità del mio letto asciutto a pochi metri dalla spiaggia umida. Oppure mi fa sentire direttamente come se fossi in mezzo all’acqua, nella pancia della barca su cui non sono mai stata. Subito prima di dormire, mi piace riaprire un attimo gli occhi miopi e fidarmi di loro, fingendo di credere davvero che le pareti che intravedo siano perfettamente curve e si chiudano attorno a me come una volta, un bozzolo accogliente. 

Quando siamo arrabbiati, io e il vento, lui mi ricorda ancora il mare, ma in modo diverso. Mi ricorda il viaggio attraverso l’oceano che non ho mai fatto, il naufragio a cui non sono mai dovuta sopravvivere. Mi ricorda che l’Olanda è terra fermata, più che ferma. È figlia di un furto mai perdonato e vendicato quotidianamente a suon di schiaffi bagnati. E quando la pioggia e il vento ci schiaffeggiano, io e la mia camera tremiamo. Io lo so perché tremo. Tremo perché la bambina spaventata che dieci anni fa ha visto la sua scuola, il suo condominio, la sua città allagarsi vive ancora dentro di me e si risveglia ad ogni pioggia più insistente. Io ci provo a dirglielo, che il clima è sempre più pazzo e non possiamo permetterci di andare in paranoia ad ogni temporale violento, non è sostenibile a questi ritmi. Ma lei non mi sente e continua a guardare fuori, la fronte schiacciata contro il vetro, le orecchie tese, impegnata a stabilire se la pioggia che vede e sente sia quella pioggia. 

Quell’altra invece non so perché si spaventi così, la mia camera intendo. Trema anche quando passa una macchina un po’ più pesante nella via di sotto, basta una Jeep a cinquanta all’ora per farla sussultare. Quando sono ottimista, penso che sia perché il palazzo è antisismico. Ah, l’Olanda! Paese ricco e avanzato, lungimirante, flessibile ma solido! Quando sono paranoica, penso che il cemento di questa casa lo abbiano armato con la loro onnipresente uvetta, anzi, che l’intero palazzo non sia altro che una casa di marzapane, perfetta ma falsa, come tutto il resto. Penso alla tragedia della Grenfell tower a Londra, bruciata insieme alle pretese di superiorità di certi paesi europei. Mi vedo già i titoli, “crolla casa di studenti fuorisede nella precisissima, modernissima, saccentissima l’Aia”. Ok, forse non scriverebbero proprio così. Forse non dovrei nemmeno chiedermelo, cosa scriverebbero. Sono pensieri esagerati, fuori luogo, irrispettosi. Ma li faccio lo stesso e tutto sommato non mi odio per questo. Ho il gene del melodramma, e allora? Voi siete meglio? 

Boom, un altro schiaffo di vento, tanto forte che sembra quasi un tuono. Tremiamo. È come se mi riavviassero i pensieri, queste raffiche. Stavo pensando a qualcosa e poi boom, refresh, il letto trema, la porta sbatacchia dentro la serratura, i mobili cigolano. È la sigla iniziale di un nuovo monologo interiore, che questa volta prende la forma di un film: ho troppo sonno per pensare in prosa. È un misto confuso tra il mago di Oz e il castello errante di Howl: immagino la mia camera vorticare in aria, un burattino mosso dal vento. E stranamente questa visione mi calma. Portami dove vuoi, basta che mi lasci dormire otto ore filate.

Il film, più o meno una volta a settimana, finisce addirittura coi fuochi d’artificio. Che festaioli, questi olandesi! A settembre mi riscuotevo ogni volta dal dormiveglia e mi trascinavo alla finestra stropicciandomi gli occhi. Era capodanno ogni venerdì, solo senza conti alla rovescia, gruppi Whatsapp, propositi impossibili. Non mi dispiaceva affatto. Poi mi hanno detto che i fuochi erano uno strumento di protesta, li sentivo ogni venerdì perché quello era il giorno in cui i No-vax scendevano in piazza. Che ribelli, questi olandesi! Mi è un po’ passata la poesia, sinceramente, e non sono più scesa dal letto a guardare i fuochi. Col tempo sono diventati un sottofondo come un altro, la prevedibile sigla finale del mio show della buonanotte, il segnale che è l’ora dei titoli di coda, anche se purtroppo non faccio mai in tempo a leggerli, a vedere chi ha contribuito alla produzione di questo film, alla sua realizzZ.

Tic. Vite su parquet.

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