Un altro articolo sull’Ucraina

Sono passate tre settimane dal nostro ultimo articolo sull’Ucraina, scritto sull’onda della generalizzata e spasmodica attenzione mediatica riservata al paese nell’ultimo mese. Attenzione che ha portato molti, me compresa, a fare di tutto per trovare un’angolazione, un taglio, una posizione, un modo per unirsi al coro dei commentatori confondendosi tra la nutrita folla degli ultimi arrivati. Attenzione che è esplosa quando, il 24 febbraio, l’esercito russo ha invaso l’Ucraina e ha iniziato ad avanzare verso Kiev. Non c’è niente come un’invasione per mettere immediatamente le cose in chiaro: se tre settimane fa abbiamo parlato di complessità, ora non è più il caso di farlo, non ci sono più dubbi, abbiamo i nostri buoni e i nostri cattivi. A fronte di questa situazione, osserviamo una triplice risposta da parte dei governi europei: in primo luogo, la decisione di imporre (non senza qualche esitazione iniziale) sanzioni economiche contro la Russia; in secondo, quella di armare l’esercito ucraino; infine, una serie di preparativi per accogliere i profughi provenienti dall’Ucraina. 

Quest’ultimo aspetto non ha mancato di attirare l’attenzione di chi, come me, si sente in dovere di restare sul carro dei commentatori. I paesi che sono alla testa dell’inedita apertura europea nei confronti dei profughi di guerra, infatti, sono gli stessi (Polonia e Ungheria in particolare) che da anni manovrano all’interno dell’Unione in senso diametralmente opposto. Come riportato in questo articolo del New York Times, i confini che sono stati aperti agli ucraini negli scorsi giorni sono gli stessi lungo i quali fino al mese scorso si costruivano muri. Gli stessi paesi che hanno fatto di tutto per tenere fuori siriani e afghani, in fuga da conflitti veri tanto quanto quello in Ucraina, anche se narrati forse con toni diversi dai media europei, danno ora prova notevole di solidarietà, ma anche di come i flussi migratori possano essere gestiti adeguatamente se esiste la giusta volontà politica. 

Alcuni osservano come l’umanitarismo estemporaneo dei paesi dell’Est Europa possa essere almeno in parte spiegato dalla storia che essi hanno in comune con l’Ucraina: tra ex repubbliche o satelliti sovietici ci si aiuta, anche perché il passato condiviso getta ombre omogenee sul futuro. Il cambio di rotta europeo sui profughi, tuttavia, è probabilmente dovuto anche ad altri fattori, guardando ai quali emerge un quadro decisamente meno piacevole di quello disegnato dalla narrazione post-guerra fredda. Come in molti hanno sottolineato, esistono chiare differenze culturali, religiose e cromatiche tra i rifugiati che bussavano alle porte dell’Europa ieri e quelli che lo fanno oggi. Accuse di razzismo sono già state rivolte alle stesse autorità ucraine persino da persone non bianche che sono fuggite dal paese negli ultimi giorni, come tutti gli altri. Persone che, stando ai loro racconti, sono state fermate alla frontiera, separate dai cittadini ucraini e costrette ad attendere per ore prima di poter godere della nuova solidarietà europea. 

Solidarietà europea cui anche l’Italia non si sottrae, mettendo a disposizione come gli altri paesi posti letto nei luoghi più disparati, dalle chiese, alle aziende produttrici di prosecco. In molti casi, le persone che arrivano dall’Ucraina hanno già parenti in Italia: a Genova, per esempio, la comunità ucraina conta 2000 membri. Tra gli ucraini italiani troviamo tra l’altro Rosana, Tatiana, Olga, Hanna. Quattro tra le centinaia di nomi che appaiono cercando “badanti ucraine” su Google e cliccando sul secondo risultato: “Badante ucraina – Vendita in tutta Italia – Subito.it”. Molti di questi nomi corrispondono a donne di 50 o più anni, che promettono di lavorare sodo, parlare bene l’italiano, in alcuni casi avere una “bella presenza”, sicuramente sempre costare poco. Alcune parole chiave, come “allettati” e “pulizie”, ricorrono in quasi tutti gli annunci. A “scuola dell’obbligo” si alterna ogni tanto una laurea. 

Se, insomma, l’Europa merita di essere accusata di razzismo per via della selezione operata al confine sulla base del colore della pelle, occorre anche ricordare che esiste un altro tipo di discrimine cui le frontiere sono strumentali: quello che avviene sulla base dell’utilità. Spesso le persone a cui viene consentito di passare (e di restare) sono quelle il cui lavoro a basso costo, che sia nelle case o nei campi, è funzionale alla produzione e riproduzione della ricchezza nazionale. La storia dello sfruttamento delle persone migranti è vecchia almeno quanto la storia delle nazioni e dei loro confini. Nel caso delle badanti ucraine, molte finiscono per soffrire di una sindrome che porta il nome del nostro paese. Mentre ci indigniamo e doniamo sacchi a pelo, mentre ci chiediamo che cosa possiamo fare, noi, per l’Ucraina, forse dovremmo rivolgere un pensiero anche a Zera, che cerca lavoro come badante, tutti i giorni, 22 ore su 24. 

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